Progetto Spazio Psicologico | Confprofessioni
PLP | 20/05/2020
Progetto Spazio Psicologico

Al via l’iniziativa di Confprofessioni, PLP (Associazione Psicologi Liberi Professionisti) e BeProf, che mira a fornire un sostegno concreto ai professionisti per far fronte nel modo migliore alle difficoltà causate dalla pandemia

Da qualche giorno è iniziata una nuova fase dell’emergenza Covid 19. Un’emergenza che ci ha travolti e ci coinvolge tutti, in cui non c’è una zona del Paese o del mondo in cui prestare soccorso, ma uno scenario globale in cui tutti siamo minacciati e potenziale minaccia allo stesso tempo. In questa nuova fase ci viene chiesto di riadattare ulteriormente i nostri comportamenti e le nostre abitudini per riprendere le attività finora sospese o limitate. Parte da qui il nuovo “Progetto Spazio Psicologico” realizzato da Confprofessioni e PLP (Associazione Psicologi Liberi Professionisti), in collaborazione con BeProf, per sostenere e orientare il mondo degli studi professionali nella complessa gestione dell’emergenza epidemiologica e nella fase della ripartenza. Attraverso informazioni, approfondimenti e analisi, elaborati settimanalmente da un selezionato team di psicologi di PLP, l’iniziativa mira a fornire un pratico sostegno psicologico ai liberi professionisti, datori di lavoro, collaboratori e dipendenti degli studi professionali su inediti aspetti socio-comportamentali e psicofisici della nuova dimensione del mondo del lavoro e delle relazioni interpersonali nell’era del Coronavirus. In questa nuova rubrica ci occuperemo di volta in volta dei vari aspetti legati alle diverse specificità professionali, cercando di stimolare un pensiero critico sulle possibili strategie da adottare. In questo primo numero affrontiamo il tema della “ripartenza” con un contributo della dott.ssa Elisa Mulone, presidente di PLP (Associazione Psicologi Liberi Professionisti).

 

Un metro alla ripartenza

di Elisa Mulone

Presidente di PLP (Associazione Psicologi Liberi Professionisti)

 

Sappiamo bene, e le ricerche scientifiche in ambito psicologico lo dimostrano, che non è facile cambiare abitudini e comportamenti. Per consentire la ripartenza, che caratterizza questa nuova fase, siamo chiamati a impostare una nuova prossemica, a rispettare una distanza fisica dagli altri, che non è più quella che scegliamo di mettere, ma quella che ci viene indicata come la “giusta distanza” di sicurezza. Questa giusta distanza viene stabilita in 1 metro e deve tenere conto delle variabili contestuali (luogo chiuso o aperto, possibilità di arieggiare gli ambienti…) ed è necessario indossare appositi DPI, dispositivi di protezione individuale (mascherine e guanti). Ma nelle azioni quotidiane non è così scontato riuscire a mettere in pratica questo metro di distanza.

 

Nel mondo delle professioni tutto questo ha delle ricadute molto diverse e necessita di riorganizzazioni che tengano conto delle singole peculiarità. Sarà diverso ripartire in uno studio di commercialisti e consulenti del lavoro, piuttosto che in un cantiere o in uno studio odontoiatrico. Alcune attività, ritenute essenziali, non hanno mai interrotto il loro servizio neanche nella fase di lockdown ma, a scopi precauzionali, ove possibile, i professionisti hanno svolto il proprio lavoro attraverso i mezzi telematici rimandando in presenza solo questioni non procrastinabili.

 

Ripartire significa riprendere le attività svolte in precedenza ma con uno sfondo ben diverso da prima e in modo differente. In questa ripartenza ci portiamo dietro un carico di stress, di preoccupazioni e di ansie che bisogna tenere presente. Le limitazioni nelle nostre relazioni interpersonali, il carico psicofisico legato alla riorganizzazione dei tempi di vita personale e lavorativa, le problematiche economiche che il lockdown ha comportato, la paura del contagio o di contagiare, sono lo sfondo che ci accompagna. Con questo sfondo dobbiamo fare i conti per ripartire ripensando a nuovi modi di stare assieme e di interagire per evitare che i vecchi schemi legati alle nostre abitudini si riattivino creando problematiche nuove nelle dinamiche lavorative. Pensiamo, per esempio, alla pausa caffè che prima del coronavirus era momento di aggregazione, ora può essere vista con sospetto o di contro, seguendo altri meccanismi cognitivi, si rischia di “tornare alla normalità”, a un “come prima” che non è ancora possibile.

 

Allora è necessario facilitare l’attivazione di comportamenti responsabili facendo leva sulla condivisione delle scelte, o su quelle che Richard Thaler definisce “spinte gentili”, riprendendo i contributi dello psicologo israeliano Kahneman, premio Nobel per l’economia per i suoi studi sui processi decisionali in ambito economico.

 

Possiamo immaginare le “spinte gentili” come “pungoli” comportamentali, che indirizzano le nostre scelte e i nostri modi d’agire. Proviamo a fare alcuni esempi. Il più famoso è quello della mosca disegnata negli orinatoi dell’aeroporto di Amsterdam che ha prodotto un miglioramento della pulizia dei bagni fino all’80% perché ha permesso di “migliorare la mira”. Altro esempio è il messaggio che visualizziamo alle casse di prelievo automatico, in cui ci viene chiesto di stampare o meno la ricevuta: da un lato abbiamo la dicitura SÌ, dall’altro un NO accompagnato dall’immagine del mondo e la scritta “scelta ecologica”.

 

Altro modo per favorire comportamenti responsabili è quello di coinvolgere i destinatari nel processo di cambiamento. Nel 1943, lo psicologo Kurt Lewin venne chiamato dal governo americano per cambiare le abitudini alimentari della popolazione dopo che le campagne di propaganda del governo erano fallite. Erano gli anni del dopoguerra e le ristrettezze economiche imponevano di limitare l’uso di carne pregiata in favore di tipologie più economiche. Lewin coinvolse attivamente le massaie in discussioni di gruppo ottenendo il risultato desiderato. Il fatto che le persone coinvolte si fossero impegnate per trovare insieme una soluzione possibile ha permesso di innescare un cambiamento.