26/04/2018
Il punto sulla formazione continua in Italia

L’intervista di Fondoprofessioni al ricercatore Davide Premutico sui dati del rapporto Anpal 2016-2017. Dalla newsletter Fondoprofessioni di aprile 2018

L’Anpal, Agenzia Nazionale Politiche Attive del Lavoro, in data 28 marzo, ha presentato il Rapporto 2016-2017 sulla formazione continua in Italia. L’analisi sviluppata ha consentito di tracciare un quadro della formazione continua nel nostro Paese, anche con riferimento al ruolo svolto dai Fondi interprofessionali.

Per approfondire i risultati emersi, abbiamo intervistato Davide Premutico, Ricercatore Anpal, il quale si è occupato del coordinamento del Rapporto. Situazione della formazione continua in Italia rispetto agli altri Paesi Europei, ruolo dei Fondi interprofessionali ed evoluzione dell’attività di Fondoprofessioni, questi sono solo alcuni dei temi trattati nell’ambito dell’intervista.

D. Premutico, cosa è emerso in materia di formazione continua per gli adulti nel nostro Paese, dal Rapporto 2016- 2017?

R. Luci e ombre. Le luci riguardano il fatto che l'Italia sta recuperando alcuni gap rispetto ad altri paesi, iniziando dal basso, ossia avvicinando i principali indicato rilegati all’istruzione alle medie europee; sono dati che riguardano i lavoratori di domani, quindi comunque importanti. Le distanze principali si riferiscono, purtroppo, ancora al segmento degli adulti, che sembrano ancora meno propensi a partecipare a iniziative di formazione. Inoltre l'indagine Eurostat CVTS (Continuing Vocational Training Survey) nella sua ultima edizione evidenzia come le imprese italiane con oltre 10 addetti che annualmente fanno formazione sono appena 6 su 10, ossia un numero molto al di sotto rispetto ai principali paesi competitor come Francia e Germania in particolare.

D. Quali Paesi, in materia di formazione continua per gli adulti, presentano una situazione paragonabile a quella Italiana? Quali, invece, i modelli verso i quali tendere?

R. Come accennato nella risposta precedente l'Italia presenta valori distanti rispetto ai competitor europei. Attualmente il sistema italiano si avvicina storicamente a quello francese, da cui ha ripreso il modello della formazione per i lavoratori gestito dalla Bilateralità (anche in Francia esistono i Fondi interprofessionali, seppur dal lontano 1971); c'è comunque da dire che rimane una distanza notevole in termini di finanziamenti tra i due paesi, con l'Italia che si attesta a poco oltre i 600 milioni annui e la Francia con valori di 5/6 volte superiori. Con le ultime riforme, specie a partire dal 2015, l'Italia ha cercato di integrare sempre più istruzione e formazione professionale, rafforzando le occasioni di incontro tra scuola e lavoro attraverso il rafforzamento dell'apprendistato, l'alternanza scuola lavoro e il sistema duale. Certamente si tratta di passi che in qualche modo avvicinano il Paese allo storico modello duale tedesco, ma al momento attuale, rispetto a quest'ultimo, non ne ha né l’estensione, né l'organizzazione, seppure si stiano palesando anche buone prassi in alcune aree del Paese.

D. Come si stanno evolvendo, complessivamente, i Fondi interprofessionali e quali elementi emergono rispetto alla loro attività?

R. In questo scenario i Fondi continuano a garantire un flusso costante di risorse per la formazione dei lavoratori e delle imprese. Questo avviene nonostante la “trattenuta” di circa 1/3 delle risorse 0,30%, applicata

nei confronti dei Fondi interprofessionali, secondo quanto disposto dall’art. 1 comma 722 della legge 190/2014.

L'aspetto principale di azione dei Fondi è che grazie alla specifica conoscenza dei settori e delle realtà produttive che rappresentano, riescono sempre più a rispondere a esigenze peculiari, pur partendo dalle nuove sfide come quelle legate a Industria 4.0, le nuove forme di aggregazione e di rete tra imprese, specie micro, l'affacciarsi di settori sempre innovativi e che costringono a ridefinire una diversa mappatura delle competenze necessarie.

E' chiaro che non tutti i Fondi sono uguali e non tutti, pertanto, hanno lo stesso sguardo specie verso temi e metodi formativi. In particolare, la quota di formazione sulla sicurezza nei luoghi di lavoro diminuisce ma è tutt'altro che residuale. Così come è in espansione, ma non abbastanza, il legame sempre più necessario tra formazione realizzata e riconoscimento, attraverso certificazione, delle competenze acquisite.

D. Fondoprofessioni, nei propri Avvisi, ha deciso di puntare anche su formazione a distanza e training on the job, oltre che su un sistema di scadenze multiple di presentazione dei piani monoaziendali e pluriaziendali. Cosa pensa a riguardo?

R. La formazione che si rivolge ai lavoratori deve essere per tanti motivi diversa da quella tradizionale del modello di istruzione, pertanto il rafforzamento di metodologie non basate sull'aula vanno viste con grande attenzione e incentivate, specie, come nel caso di Fondoprofessioni, in cui ci si rivolge a beneficiari tradizionalmente più distanti dalla fruizione della formazione (con prevalenza di micro imprese).

La formazione soprattutto, di tipo esperienziale rappresenta anche pedagogicamente il modello più adatto per chi lavora e soprattutto per i lavoratori più 'anziani'. Analogamente la formazione a distanza diventa uno strumento agile e meglio gestibile per chi spesso vive una 'conflittualità' tra ore dedicate a lavoro e ore per la formazione.

Riguardo al tema dell'organizzazione degli strumenti di finanziamento, non vi è dubbio che si tratti di una delle maggiori criticità nella formazione finanziata, sia che lo si leghi alla velocità con cui si risponde ai bisogni formativi, sia alla questione dei carichi amministrativi: il sistema di scadenze multiple per la presentazione dei piani formativi può essere funzionale proprio a questa esigenza di fatto garantendo la possibilità di presentare le domande di finanziamento al momento stesso in cui imprese e agenzie formative ne avvertono l'esigenza.