PLP | 05/03/2019
Il counseling non è prerogativa degli psicologi

I servizi professionali di counseling

Negli ultimi anni, in Italia, si è molto discusso su quali debbano essere i professionisti che possono erogare un servizio di counselling.

Alcuni colleghi psicologi ci hanno chiesto quale sia l’opinione di PLP – Psicologi Liberi Professionisti in merito. Ci era sembrato lapalissiano esprimere la posizione di un’associazione di categoria che, in linea con le altre associazioni aderenti a Confprofessioni e credendo fermamente nella necessità di un’offerta professionale caratterizzata da elevata competenza, non può esimersi dall’affermare, valutate le esplicite richieste di chiarimenti, quanto segue.

 

Cosa significa counseling
Il termine “counseling” [der. di (to) counsel “consigliare, consultarsi”] è traducibile, secondo il Cambridge Dictionary, con “il lavoro o il processo di ascoltare qualcuno e dare a quella persona consigli sui propri problemi”, dunque counselor è “qualcuno che è addestrato ad ascoltare le persone e dare loro consigli sui loro problemi” [Cambridge Dictionary]. Il termine “problema” [dal lat. problema -ătis «questione proposta», gr. πρόβλημα -ατος, der. di προβάλλω «mettere avanti, proporre»] , secondo il dizionario Treccani, “in scienze e discipline che non procedono (o non procedono necessariamente) con calcoli matematici” significa “quesito di cui si richiede a sé o ad altri la soluzione, da raggiungere seguendo un procedimento di natura assai varia (logico, sperimentale, tecnico, pratico, ecc.)” oppure, nell’uso comune “qualsiasi situazione, caso, fatto che, nell’ambito della vita pubblica o privata, presenti difficoltà, ostacoli, dubbî, inconvenienti più o meno gravi da affrontare e da risolvere”.

 

L’efficacia della relazione
Offrire consulenza, consigliare, rispettando parametri di elevata qualità presuppone la simultaneità di due dimensioni fondamentali: il contenuto e la forma (cosa e come).

In passato le consulenze relative ai vari ambiti disciplinari erano maggiormente orientate a garantire la credibilità dei contenuti (conoscenze scientifiche; tecniche; ecc.) con approccio direttivo, a scapito della forma/relazione (capacità empatica; assertività; competenze d’ascolto e più in generale efficacia della comunicazione; ecc.). Il fruitore di una consulenza, non esperto della disciplina in oggetto, assumeva spesso un atteggiamento di completa delega nei confronti degli esperti riconosciuti, vivendo una dimensione di passività e subalternità che sovente determinavano la riduzione dell’efficacia della consulenza stessa.

Nel tempo, grazie a numerosissimi studi, si è appreso che le competenze relazionali e comportamentali (soft skills) costituiscono elementi fondamentali nell’efficacia delle consulenze. Esempi di tale assunto sono l’incremento della compliance a fronte di una più salda alleanza terapeutica medico-paziente; un più alto gradiente di soddisfazione delle soluzioni/progetti a fronte di un’efficace comunicazione tra tecnici (architetti; ingegneri; ecc.) e clienti; la più elevata qualità di consulenza in ambito economico e legale in relazione a servizi professionali caratterizzati da non direttività e dunque dal pieno coinvolgimento dei clienti nei processi; l’incremento di motivazione allo studio e percezione di autoefficacia nei contesti formativi in cui si attenziona la qualità della relazione. Soprattutto in psicologia clinica, la consapevolezza dell’importanza dell’alleanza terapeutica riveste un ruolo fondamentale per il buon esito delle terapie.

 

Bastano le soft skills?
La suddetta acquisizione sta determinando il sano contagio, con le abilità di counseling/consulenza, della prevalenza dei servizi professionali e sociali, a prescindere dall’area d’intervento (formazione; educazione; sanità; economia; tecnica; legale; sociale; politica). Ma, come spesso accade nei processi evolutivi in cui si transita senza gradualità da un estremo all’altro, oggi corriamo il rischio che dalla prevalente attenzione di un tempo alla qualità dei contenuti (saperi/conoscenze) l’interesse si possa spostare repentinamente e quasi esclusivamente alla forma (modalità di relazione), determinando servizi professionali estremamente gradevoli ma inefficaci, quando non addirittura dannosi. Esempi di ciò sono rappresentati dalla diffusione di “escapologi fiscali”; di “coach aziendali”; di “guru spirituali”; di “guaritori della medicina alternativa”; di “trainers tuttologi”. Persone competenti in abilità relazionali, con notevoli capacità intuitive e persuasive, che, in seguito a brevi corsi su soft skills e contenuti specifici (economia; consulenza aziendale; sport; medicina; psicologia; ecc.), si autoproclamano “esperti”, affascinando i cittadini con parcelle generalmente meno onerose rispetto a quelle dei professionisti adeguatamente e accademicamente formati; con soluzioni spesso più immediate e accettabili, a scapito dell’eticità e della reale efficacia dei processi e dei risultati; con pubblicità ingannevoli e non regolamentate; con la libertà, la versatilità e la leggerezza di chi può permettersi un proprio esclusivo codice deontologico adattabile via via alle proprie esigenze.

 

Cosa ci si aspetta
L’auspicio, a fronte delle suddette considerazioni, è che si possa giungere a un equilibrio in cui contenuto e forma abbiano pari dignità. Una dimensione in cui i termini “counseling”, “coaching”; “consulenza”; “training” non abbiano alcun significato se non accompagnati dalla specificità dell’intervento, a sua volta garantita da studi approfonditi o riguardante ambiti non regolamentati (es. influencer coach, spunto per una nuova professione associativa) . Dunque counseling legale (avvocato); counseling economico (commercialista; economista); counseling aziendale (consulenti del lavoro); counseling sportivo (esperto di discipline sportive); counseling educativo (pedagogista; educatore; insegnante abilitato); counseling nutrizionale (biologo; medico specialista); counseling psicologico (psicologo); counseling sanitario (medico; infermiere; fisioterapista); counseling sociale (assistente sociale); ecc.

In un periodo storico in cui si bada più all’apparenza che alla sostanza, in cui la velocità dei processi mortifica la qualità degli stessi, in cui prediligiamo ciò che è più comodo (ad es. raccolta indifferenziata dei rifiuti; alimenti non tracciati e garantiti) a scapito di ciò che ci garantisce salute e reale benessere; in cui molti adolescenti sognano di diventare influencer più che professionisti; in cui le convinzioni personali sembrano avere pari valore delle evidenze scientifiche, appare necessario restituire dignità e rigore ai saperi (hard skills), non trascurando la modalità con cui questi devono essere comunicati (soft sills). Ci sembra inoltre imprescindibile l’avvio di un processo che restituisca credibilità e autorevolezza al metodo scientifico, sottraendole alle “googlate”.

 

Considerazioni finali
In conclusione, l’associazione di categoria PLP – Psicologi Liberi Professionisti valuta che “counseling”, e di conseguenza ”counselor”, siano due termini orfani di caratterizzazione, che dunque non dovrebbero essere utilizzati in assenza del riferimento all’ambito d’intervento.

Nello specifico della controversia sul riconoscimento della “professione di counselor” – caratterizzata dalla “attività il cui obiettivo è il miglioramento della qualità di vita del cliente, sostenendo i suoi punti di forza e le sue capacità di autodeterminazione. Il counseling offre uno spazio di ascolto e di riflessione, nel quale esplorare difficoltà relative a processi evolutivi, fasi di transizione e stati di crisi e rinforzare capacità di scelta o di cambiamento. È un intervento che utilizza varie metodologie mutuate da diversi orientamenti teorici. Si rivolge al singolo, alle famiglie, a gruppi e istituzioni. Il counseling può essere erogato in vari ambiti, quali privato, sociale, scolastico, sanitario, aziendale” (definizione dell’attività di counseling approvata dall’Assemblea dei soci di Assocounseling, in data 2 aprile 2011) – pur riconoscendo la qualità degli insegnamenti sulle abilità di counseling erogati da alcuni enti privati, molti dei quali gestiti da colleghi psicologi, intendiamo evidenziare, in linea con quanto precedentemente espresso, che le capacità empatiche, comunicative, assertive e intuitive, NON sono in alcun modo sufficienti a determinare il miglioramento della qualità di vita e la “salute” (definizione OMS) del cliente, se non esclusivamente nel frangente della consulenza che garantisce accoglienza, ascolto e calore. Per poter “sostenere i punti di forza e le capacità di autodeterminazione” di una specifica persona è necessario innanzitutto “conoscere il funzionamento” di quella persona, altrimenti dovremmo ammettere che tutte le persone sono uguali e necessitano degli stessi interventi. È necessario che il consulente possieda conoscenze e competenze specifiche (hard skills)che consentano di realizzare un assessment psicologico (valutazione globale del funzionamento cognitivo, emotivo e comportamentale; valutazione dell’assetto personologico), nonché conoscenze e competenze che consentano di progettare e realizzare un piano di intervento specifico (hard skills). Il “counseling” sopra descritto altro non è che “counseling psicologico”.

 

Il counseling, dunque, NON è prerogativa degli psicologi, ma di tutte le persone e in particolar modo dei professionisti che, contestualmente alle hard skills dovrebbero apprendere, già in ambito accademico, le soft skills.

In assenza di specifiche hard skills il counseling come professione non dovrebbe esistere, perchè, in assenza di caratterizzazione, consiste esclusivamente nella capacità relazionale che desideriamo possa presto qualificare tutte le cittadine e i cittadini, che non per queste qualità potranno autoproclamarsi “professionisti”, bensì buoni amici, genitori, ecc., ossia persone efficaci.

 

Appello ai cittadini e in particolar modo ai politici
Non ci rimane, a questo punto, che appellarci alle cittadine e ai cittadini, con l’augurio che possano maturare amor proprio, sviluppare senso critico ed empowerment per poter scegliere consulenti preparati, oltre che accoglienti ed empatici. Speriamo che ciascuno possa attribuirsi un valore tale da pretendere per sé servizi professionali erogati da persone che per essere definite “professionisti” hanno dedicato e dedicano tempo e fatica allo studio, pienamente consapevoli delle responsabilità che hanno nei confronti dei propri clienti/pazienti. Professionisti che non hanno imboccato scorciatoie a proprio vantaggio, provocando svantaggi all’utenza e all’intera società.

Un accorato invito lo rivolgiamo ai politici – soprattutto nel periodo in cui si discute delle autonomie regionali, che sembrano (al momento la ministra Erika Stefani ha consegnato al CdM tre bozze di intesa, si è in attesa di accordo su importati nodi specifici che si sono generati tra i ministeri di Infrastrutture, Salute, Ambiente e Beni culturali su alcune richieste avanzate da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna) prevedere potere legislativo e amministrativo sulle professioni non ordinistiche, con libertà di nuovi riconoscimenti – affinché possano sempre garantire la qualità dei servizi professionali erogati ai cittadini e alle cittadine, anteponendo alla ricerca di consenso la salute e il benessere del nostro Paese.