19/04/2019
Gli studi professionali devono ripensare il modo di proporsi al mercato

Parla l’esperto di formazione Ferruccio Cavallin, l’intervista tratta dalla newsletter di Fondoprofessioni di aprile 2019

I cambiamenti del mercato del lavoro e dei servizi professionali richiedono soluzioni innovative e incisive, anche in ambito formativo. Partendo da questa considerazione, il Fondo ha intervistato Ferruccio  Cavallin,  esperto di formazione e profondo conoscitore del settore degli Studi professionali. Sviluppo delle soft skills  e della creatività nelle soluzioni, sono aspetti centrali per Cavallin, anche in considerazione dei cambiamenti organizzativi in atto nel mondo delle professioni. Tutto parte, però, da una adeguata analisi dei fabbisogni, capace di anticipare le esigenze, anziché “riparare”. Ma come ha sottolineato Cavallin la formazione continua, da sola, non basta.

 

Cavallin, quali particolarità presenta il settore degli Studi  professionali  in materia di formazione  continua del  personale dipendente?

Spesso gli studi professionali  hanno centrato la formazione strutturata su aspetti  tecnici, normativi e  operativi del lavoro. Oggi l’aggiornamento tecnico è una componente che va gestita quotidianamente, secondo l’ottica della formazione continua e con strumenti di agile implementazione. Quello che è mancato, invece, è stata una maggior attenzione alle componenti soft del lavoro, quali la flessibilità nell’apprendere, l’orientamento al cliente invece che alla norma, la creatività nella soluzione dei problemi,  il lavoro di rete (solo per citare  alcuni esempi). Il vero valore aggiunto per uno studio professionale sta in queste abilità. La formazione da sola, però, non basta: gli studi vanno aiutati a ripensare il loro modo di proporsi al mercato e quindi la formazione dovrebbe essere supportata da attività di consulenza.

 

Su quali elementi si basa un’adeguata analisi del fabbisogno?

Esistono due tipi di formazione: quella riparativa e quella anticipatrice. La prima riguarda l’acquisizione di competenze che servono adesso e che nello studio mancano. Serve a poter lavorare correttamente. Esiste anche una formazione attenta all’evoluzione degli eventi e delle situazione e che si interroga su cosa servirà agli studi professionali tra 1 -2 anni, quali competenze dovranno possedere i lavoratori: si tratta della  formazione anticipatrice. È su questa che una buona analisi dei bisogni fa la vera differenza per ottimizzare la formazione come strumento di sviluppo delle persone,  per affrontare il cambiamento sempre più rapido  del mercato e della società.

 

Come  possono le rappresentanze contribuire al miglioramento del processo di analisi del fabbisogno?

Le rappresentanze non dovrebbero solo rispondere alle richieste esplicite degli studi in termini di formazione: non sempre questi, infatti, hanno il tempo e gli strumenti per capire cosa sta cambiando,  se  non quello che li tocca più da vicino. Le rappresentanze dovrebbero essere in grado di leggere i trend,  i  segnali deboli che anticipano cambiamenti radicali e capire quali nuove competenze sono necessarie.  Pensate alla radicale trasformazione che  la tecnologia sta introducendo nel modo di lavorare degli studi professionali. Rispondere solo con corsi tecnici di aggiornamento è un modo riduttivo di utilizzare la  formazione.

 

Quali  consigli sente di dare a Fondoprofessioni, in vista dei prossimi Avvisi?

Penso a due linee strategiche. Una è quella  delle richieste di formazione tradizionale, legata  all’aggiornamento. In questo caso ha poco senso finanziare la moltiplicazione di corsi che ormai sono consolidati nel tempo e ai quali basta un semplice “maquillage”. Qui penso all’utilizzo di piattaforme  e-learning che propongano  corsi per tutto il territorio nazionale, e che li mantengano aggiornati. Sarebbe un notevole risparmio sia per il Fondo, che per gli studi professionali che potrebbero formarsi nei modi e nei tempi a loro più congeniali. L’altra linea strategica e quella che porta a stimolare proposte anticipatrici sulle competenze in arrivo, magari finanziando attività di sensibilizzazione  degli  studi su queste  necessità, delle quali non sono ancora sempre coscienti, ma che se non soddisfatte potrebbero portare alla crisi di molti professionisti.