02/10/2017
Antimicrobico-Resistenza, il Piano italiano di contrasto

Inviato lo scorso 30 agosto alla Stato-Regioni, individua sei ambiti di intervento nei settori umano e veterinario, per la sicurezza degli alimenti e in campo agricolo e ambientale

Un Piano per combattere l’Antimicrobico-Resistenza (AMR) in Italia. Il Piano 2017-2020, inviato alle Regioni e alla Conferenza Stato-Regioni lo scorso 30 agosto perché sia messo all’ordine del giorno della prima riunione utile della Conferenza per l’intesa, si propone di ridurre la frequenza delle infezioni da microrganismi resistenti agli antibiotici nel nostro Paese e quella di infezioni associate all'assistenza sanitaria ospedaliera e comunitaria.

Messo a punto dal gruppo di lavoro sull'AMR, composto dal ministero della Salute, l'Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa), l'Istituto superiore di Sanita (Iss), rappresentanti delle Regioni e delle Società scientifiche, il Piano individua sei ambiti di intervento: sorveglianza; prevenzione e controllo delle infezioni; uso corretto degli antibiotici, compresa "antimicrobial stewardship"; formazione.

Il Piano, che integra i settori umano, veterinario, di sicurezza degli alimenti, agricolo e ambientale, individua i principali esiti di salute che si vogliono raggiungere attraverso la sua realizzazione; indica le azioni principali da realizzare a livello nazionale e regionale/locale per promuovere un efficace contrasto del fenomeno dell’AMR nella sorveglianza, prevenzione e controllo delle infezioni da microrganismi resistenti e dell’AMR; l’uso appropriato e la sorveglianza del consumo degli antimicrobici; il potenziamento dei servizi diagnostici di microbiologia; la formazione degli operatori sanitari; l’informazione/educazione della popolazione; la ricerca e sviluppo.

L’antimicrobico-resistenza in Italia, si legge nel Piano, presenta percentuali spesso elevate con frequenze di resistenza, a seconda dei ceppi, che vanno dall’11,2% per la resistenza dell’Enterococcus faecium ai gligopeptidi (la media europea è dell’8,3%) al 55,9% della Klebsiella pneumoniae alle cefalosporine di terza generazione (la media europea è del 30,3%), fino al 78,3% dell'Acinetobacter spp ai carbaèenemi, per il quale però non c'è il dato di confronto europeo.