Pacchetto servizi, la lunga strada verso l'Europa delle professioni

28/09/2017

di Gaetano Stella, presidente di Confprofessioni e primo vice presidente del Ceplis

Pubblichiamo una sintesi dell'intervento di Gaetano Stella, presidente di Confprofessioni e primo vicepresidente del Consiglio europeo delle professioni liberali (Ceplis), al Parlamento europeo nel corso del breakfast meeting che si è svolto lo scorso 5 settembre a Bruxelles per discutere i temi delle professioni legati al Pacchetto Servizi della Commissione europea.

 

 

Il tentativo di rivitalizzare il settore dei servizi a beneficio dei consumatori, di coloro che cercano lavoro e delle imprese, per favorire la crescita economica in tutto il continente è senz'altro lodevole. Tuttavia, sono ancora molti gli ostacoli da superare prima di raggiungere gli obiettivi fissati nel “Pacchetto Servizi” della Commissione europea, a cominciare dalla riduzione della burocrazia e dalla semplificazione delle procedure e delle formalità amministrative.

Numerosi sono i temi (e le problematiche) sollevati dalla proposta di direttiva in dissuccione a Bruxelles, che meritano un necessario approfondimento. In primo luogo, l'ipotesi di una distinzione tra e-card dei Servizi e Tessera Professionale europea deve essere ulteriormente chiarita al fine di evitare una sovrapposizione tra i due strumenti, creando una confusione superflua e complicazioni amministrative. In secondo luogo, la proposta che prevede la perdita di autorità dello Stato di destinazione sulla regolamentazione e sulla prestazione di servizi sul proprio territorio è certamente un punto critico. Lo Stato di destinazione dovrebbe invece mantenere il potere di negare il rilascio della e-card per ragioni di interesse pubblico e per garantire la qualità e la sicurezza dei servizi professionali offerti. Diventa, quindi, fondamentale evitare il principio dello “Stato di origine”.

 

Se è vero che l'attuale livello di mobilità transfrontaliera non è soddisfacente, l'introduzione di un test di proporzionalità, obiettivo principale della direttiva che mira a armonizzare le regolamentazioni professionali e a facilitare ulteriormente la mobilità transfrontaliera all’interno dell’Unione è certamente condivisibile. Tuttavia, la proposta di Direttiva, insieme alla valutazione delle norme nazionali relative ai servizi professionali dovrebbe essere accompagnata da chiare linee-guida che aiutino gli Stati membri nell’implementazione nei loro sistemi legislativi. L’adozione tout court di un nuovo strumento legislativo che richieda agli Stati membri di accettare il test di proporzionalità causerebbe una confusione considerevole tra le amministrazioni nazionali e le organizzazioni professionali, portando conseguenze negative per il Mercato Interno. Senza dimenticare che il settore dei servizi è già oggetto di due Direttive, entrambe adottate con consultazioni approfondite con gli stakeholder e ampio consenso. Quindi, introdurre un’ulteriore legislazione comporta il rischio di complicare e protrarre proprio quelle procedure che vogliamo semplificare. Un esempio, in questo senso, riguarda i criteri di merito previsti dal Pacchetto Servizi. La proposta sembra sovrapporsi con i requisiti già introdotti dalla Direttiva Qualifiche, per quanto riguarda il carattere proporzionale, necessario e non discriminatorio di qualsiasi regolamentazione. Inoltre, come accade nei casi di codificazione di orientamenti giurisprudenziali, si può determinare una cristallizzazione eccessiva di principi che invece, nella giurisprudenza europea, sono in continuo mutamento.

 

Il possibile indebolimento del potere decisionale degli Stati membri in ordine alle regolamentazioni potrebbe avere ricadute anche sul procedimento e sul meccanismo di monitoraggio sul test di proporzionalità, che deve essere svolto da un organismo di controllo indipendente. Nella maggior parte dei casi, le restrizioni all’accesso delle professioni derivano da misure di rango legislativo, statale o regionale; dunque, il test dovrebbe essere articolato nell’ambito dei procedimenti legislativi di Stati e Regioni, quale vincolo alla funzione legislativa. Tale previsione incontra sicuramente limiti di rango costituzionale nazionale in quanto non può essere ritenuto ammissibile un meccanismo di sorveglianza sul test di proporzionalità che coinvolga autorità esterne o indipendenti dal legislatore nazionale o regionale, con effetti vincolanti sul procedimento legislativo. Un’ulteriore criticità deriva poi dal fatto che l’armonizzazione del test di proporzionalità può tendere a un’eccessiva generalizzazione dei criteri con il conseguente rischio di non soddisfare le specificità di alcune regolamentazioni professionali e di essere incompatibile con il principio di autoregolamentazione delle professioni.