Flessibilità, innovazione e diritti nel capitalismo cognitivo. Il nuovo lavoro autonomo

16/05/2017

di Gaetano Stella, presidente di Confprofessioni

Sui giovani e la rappresentanza

Rispetto al modello tradizionale, che ha contraddistinto l’esperienza del lavoro libero-professionale nel Novecento, il quadro della rappresentanza nel lavoro autonomo è stato oggetto di importanti trasformazioni. Negli ultimi vent’anni, la figura del libero professionista, lavoratore individuale, inserito in un legame pressoché esclusivo con l’ordine di appartenenza, è stata sostituita da una tipologia di libero professionista inserito in una rete di legami molto più fitta e significativa. Non solo dal punto di vista dell’organizzazione del lavoro, con l’aumentare di studi associati e collaborazioni trasversali, ma soprattutto grazie alla crescita e al consolidamento della rete associativa nelle professioni ordinistiche e nelle nuove professioni.

Le associazioni – che pure in diversi casi esistevano da molti anni – hanno saputo concordare un processo di accorpamento, e la nostra Confederazione oggi le raccoglie per dar loro voce di fronte agli interlocutori istituzionali, in Italia e in Europa, attraverso il Ceplis, il network delle professioni europee. Oltre a svolgere il ruolo di interlocutore istituzionale a tutela dei professionisti, Confprofessioni è riconosciuta parte sociale sottoscrivendo con i sindacati di categoria il Contratto collettivo nazionale degli studi professionali. Grazie agli strumenti del contratto, ha dato vita a un sistema di welfare tra i più avanzati, in termini di governance e di qualità delle prestazioni erogate.

I liberi professionisti sono sempre stati tradizionalmente restii a considerarsi parte di un sistema complessivo. Li abbiamo convinti, rafforzando le tutele per i dipendenti degli studi professionali e per loro stessi, a considerare il valore della messa in rete delle competenze (in ambito formativo e di Welfare) e delle risorse. Abbiamo così amplificato il peso della nostra voce. È stata una vera e propria rivoluzione culturale.

La rappresentanza associativa, ha creato un polo di identificazione estremamente più dinamico rispetto agli ordini professionali, in cui i giovani hanno avuto la possibilità di partecipare e sedere ai tavoli di confronto, senza schermi burocratici, in un ambiente aperto e informale di confronto se paragonato a qualsiasi altra tipologia di struttura sindacale o ordinistica. In questo ambito, Confprofessioni auspica una rappresentanza “a ombrello” che, pur lasciando autonomia a ciascuno dei soggetti, abbia un’unica voce su temi di comune interesse. Va bene il pluralismo ma il rischio è che ci sia troppa frammentazione.

Un altro aspetto che caratterizza la rappresentanza moderna riguarda l’importanza di essere un interlocutore pubblico nella regolazione legislativa sia nelle sedi nazionali che sovranazionali. Oltre al concetto di rappresentanza si va rafforzando sempre di più quello di rappresentatività.

 

Sui giovani e l’innovazione nel lavoro professionale

Non è un caso se tutti i grandi temi dell’innovazione nel lavoro professionale hanno trovato nel mondo associativo, e in Confprofessioni in particolare, un interlocutore interessato, a fronte di un sistema ordinistico in larga parte attestato su posizioni di retroguardia. Credo che nel determinare le nostre posizioni abbia inciso moltissimo l’entusiasmo e lo sguardo prospettico dei giovani professionisti.

Prendiamo il caso della mobilità europea dei professionisti, ora consolidata dal punto di visto normativo dalla direttiva qualifiche dell’Unione europea: Confprofessioni ha lavorato fianco a fianco della Commissione e del Parlamento europeo per la scrittura di queste regole, mentre sul fronte interno si evocava il fantasma del professionista europeo che avrebbe invaso il nostro settore. Se oggi andiamo ad osservare le statistiche ufficiali, si resta impressionati nel vedere come la bilancia italiana sia tutta in positivo, con moltissimi giovani professionisti italiani che si sono stabiliti in altri Paesi europei, a diffondere la nostra competenza e la qualità della nostra formazione. Un dato che deve certamente far riflettere la politica, per evitare cioè una fuga di competenze; ma che per certi aspetti è fisiologico e testimonia la vitalità del nostro sistema di formazione professionale.

Stiamo anche insistendo molto per dare più sviluppo all’Erasmus dei professionisti, un progetto che rappresenterebbe per i giovani uno straordinario strumento di arricchimento delle competenze, a beneficio del sistema interno nel suo complesso. E stiamo insistendo con le Regioni perché destinino i fondi europei a questo scopo.

Proprio i fondi europei rappresentano un altro caso esemplare: dopo una lunghissima battaglia contro la politica e la burocrazia, siamo riusciti a far passare una norma nella finanziaria dello scorso anno, ora consolidata nella legge sul “lavoro autonomo”, sulla piena parità dei liberi professionisti nell’accesso ai fondi europei. Una battaglia, lo voglio ribadire ancora una volta, in cui il principale alleato di Confprofessioni è stata l’Unione europea. Ed ora lavoriamo “tavolo per tavolo” con Regioni e amministrazioni varie per far sì che i fondi siano concretamente destinati a progetti di sviluppo degli studi professionali. Qui, ancora una volta, ci attendiamo un contributo determinante dei giovani nel senso dello sviluppo di progetti innovativi, in sintonia con gli standard europei.

Ancora: le sollecitazioni delle nuove generazioni di professionisti sono per noi determinanti in un’altra battaglia che abbiamo sposato sin dall’inizio, e che ci vede, ancora una volta, soli contro posizioni molto arroccate delle rappresentanze istituzionali delle professioni. Mi riferisco all’introduzione e allo sviluppo dello strumento societario e degli altri strumenti di aggregazione del lavoro nel settore libero-professionale.

Le nuove forme di lavoro ci danno chiaramente il segnale della netta prevalenza della trasversalità e della flessibilità dei saperi e delle competenze, della interdisciplinarietà e del co-working come strumenti di sviluppo.

Le Società tra professionisti e le reti tra imprese e professionisti sono strumenti che possono rispondere, in modo economicamente vantaggioso, a queste sollecitazioni. Purché l’ambiente normativo lo consenta e lo renda semplice e appetibile. Vi sono ovviamente le garanzie che vanno approntate, a tutela della prevalenza della componente professionale sul capitale privato e a tutela dell’affidamento dell’utenza. Ma le nostre richieste di riforma in questa direzione, a costo zero per lo Stato, trovano degli interlocutori molto insensibili.

 

Sul capitalismo cognitivo e le competenze trasversali

Non c’è dubbio che le trasformazioni delle economie occidentali intervenute negli ultimi decenni hanno costretto ad un radicale ripensamento del ruolo del professionista intellettuale nella società.

Intanto, determinando una nuova mappa delle professioni, con la progressiva erosione degli spazi di lavoro per alcune, più legate a modelli industriali di sviluppo, e l’ampliamento di interesse e giro di affari per altre professioni, che continuano ad occupare ruoli centrali nella nuova economia. Il fenomeno più evidente è, in questo senso, l’emersione delle nuove professioni, specie quelle legate al web, ai servizi alla persona e al tempo libero.

Al di là di queste transizioni, per molti aspetti fisiologiche, rilevano però delle trasformazioni più profonde, che attengono alla cultura del professionalismo, in senso trasversale alle diverse professioni interessate.

Mi riferisco alla valorizzazione della componente intellettuale del sapere professionale rispetto alla competenza pratica tramandata. Il libero professionista, in qualsiasi ambito, deve fare i conti con mutamenti repentini delle pratiche professionali, delle esigenze dei clienti, delle normative di riferimento, degli standard internazionali che è chiamato ad applicare, delle forme di collaborazione che deve intrattenere con colleghi e partner. Il suo lavoro lo obbliga all’apprendimento continuo e allo sviluppo di competenze trasversali, non più concentrate esclusivamente sulle competenze tecniche specialistiche, ma su abilità flessibili quali il team-working, l’abilità tecnologica e la comprensione dei dati, il project-management anche al fine di intercettare fondi europei e altre risorse di sviluppo, le competenze linguistiche.